Festa della Pentecoste

In questa festività ci raggiungono le parole di don Dario

«Ma Pietro, levatosi in piedi con gli undici, alzò la voce e parlò loro così: “Abitanti della Giudea, e voi tutti che vivete a Gerusalemme, vi sia noto questo, e ascoltate attentamente le mie parole. Questi uomini non sono ubriachi come voi pensate” …» (Atti 2).

In vino veritas: dicevano i latini e avevano ragione. Tutti noi, infatti, una cosa, leggendo il vangelo, l’abbiamo intuita: non soltanto che il Signore – a differenza del Battista, suo cugino, monaco ed eremita – non è mai stato astemio; ma che, in fondo, i suoi discepoli un goccio di rosso buono, a pasto, non l’hanno mai rifiutato. A questo riguardo, si vocifera che a Cana di Galilea, nel corso del più famoso banchetto, i primi a lamentarsi delle anfore vuote e delle brocche avare, fossero stati proprio i dodici. Mentre i più esperti annotano che sulla scelta cruciale del nettare da mettere in tavola, per la cena finale, non si badò a spese: acquistando fra le etichette dell’epoca, la botte migliore. Del resto, che volete? Di viti e di vitigni, i contadini e i pescatori di Cafarnao, per ragioni diverse, se ne intendevano parecchio: le colline, attorno al lago, erano ricche di argilla e abbondavano di tralci; mentre le locande del dopolavoro e dell’incontro, nei villaggi non mancavano. Se a questo, aggiungete che il Rabbi, venuto da Nazareth, del mosto e della vite, in compagnia della folla, ne aveva fatto parabola – memoria profetica di un mondo, che si trasforma in un’unica mensa – i conti di Pentecoste iniziano a tornare. Nulla di scandaloso, infatti, se quei quattro gatti, che tenevano bottega a ridosso del cenacolo, quel mattino, osservandoli, iniziarono a sghignazzare, pensando, anche solo per un istante, alla tipica sbronza di gruppo: alla ciocca e alla scuffia prese per lasciarsi alle spalle il passato. In fin dei conti, eran trascorsi quasi due mesi, almeno cinquanta giorni, dal parapiglia dell’ultima Pasqua; e, a distanza di tempo, un’alzata di gomito ci poteva pur stare. Insomma, con tutta questa premessa un pò scanzonata (di cui chiedo scusa a voi e allo Spirito Santo), non si insinua lo sberleffo e non si tradisce la solennità dell’evento. Anzi, si rammenta al discepolo, di ieri e di oggi,  che la Pentecoste è, certamente, un fuoco che arde, un rombo di tuono che scuote, una lingua che si scioglie; ma ancora prima, è soprattutto un gusto, delicato e piacevole, che si rinnova sulle labbra di chiunque. Il gusto, finalmente ritrovato, di fare il bene: di far vivere molto di più l’altro volendogli bene; senza più avvertire nemmeno il disappunto della gente o subire il senso della fatica, nella misura in cui si avverte che il primo dono dello Spirito non è il piacere, la gioia, la contentezza – restituita dal Risorto – di vivere come Dio: semplicemente, in perdita. In vino veritas: che intuizione! Sarebbe fantastico se, per una volta, sciogliessimo, anche noi, gli ormeggi, il giorno di Pentecoste, e ci lasciassimo un poco andare per entrare in questo entusiasmo dei dodici e di Maria. Non per uscirne ubriachi fradici, ma per sentirne almeno l’ebbrezza. Perché, sinceramente, ne abbiamo le tasche piene di una pietà, meccanica e annoiata, che conquista il tempio e tradisce gli animi. Così come non ne possiamo più dei ritmi lenti e legnosi di una religione, orfana di quella fede che è, invece, musica, finezza, gentilezza e trasporto. Ben vengano, allora, nella chiesa di Dio, uomini e donne, inebriati dallo Spirito, che tornano a zompare, alla sola vista di Gesù, sui rami degli alberi; che fanno gli acrobati, pur di riuscire distribuire pani, pesci e affetti centuplicati a ciascuno; e che versano, di nascosto, fiumi di lacrime e di balsamo sul corpo del Figlio, sul punto di amarli alla follia. In questa, nuova effusione dello Spirito, che è la festa di Pentecoste, è il mio augurio: di provare ad acciuffare al volo, come un bambino, la creativa bellezza dello Spirito Santo, che si libra sulle acque come un aquilone e manda un vento nuovo sopra le nostre città, inquinate di paure infantili (non soltanto di virus). Per lasciare, poi, lampeggiare sopra le nostre teste, stanche di conti e di calcoli, vere fiammelle di speranza, che non si spengono all'alba. E, infine, scoprire che ci si può intendere benissimo, nella fraternità dei popoli, anche se le nostre lingue materne sono così distanti.

Con affetto e un bicchiere di vino, dD 


× Attenzione! Testo dell'errore