Quando tornerai nel Cenacolo ... Ricordati dello Spirito!

Le parole di Don Dario per accompagnarci in questa Domenica, 10 Maggio

«Gli disse Giuda, non l’Iscariota: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?”. Gli rispose Gesù: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui» (Gv 15).

La stanza del Cenacolo, in cui stamattina Giovanni ci conduce, è uno spazio totalmente ospitale e solenne in cui radicare per sempre una relazione, prima che si consumi nell’assoluta gratitudine, un congedo. In questo senso, è il punto estremo di una dedizione che ha dell’incredibile! Mentre le ombre del Getsemani si stendono e le gonfie nubi del Calvario già avanzano, ad un passo dallo spettacolo finale, Gesù non rinnega l’amore. Ravviva piuttosto la freschezza del suo donarsi! Per tutta una vita – vissuta a Nazareth, trent’anni, e trascorsa altri tre in giro, per strada – la scelta di “darsi via” è diventata la sua seconda pelle: il suo stile feriale; il chiodo fisso, che ha ereditato da quello, che lui chiama: Padre! In questa sua divina ostinazione, sinceramente non si è mai posto un limite. Fin qui, prima di entrare nella sala “posta al primo piano”, ha donato tutto e forse più di tutto, senza mai risparmiarsi: acqua sorgiva ad una donna di Samaria; pane di condivisione per una folla stremata e lontana da casa; forza di guarigione e speranza di vita a molti padri e a molte madri di Israele, nel gorgo della disperazione per l’evidente insuccesso dei loro amori. In più, non si contano i dialoghi confidenziali e le parabole; i miracoli e i simboli intrisi di valore; le istruzioni efficaci e le condivisioni inattese! Alla lunga tavola del cenacolo, in compagnia di un catino e di un panno, lo attende però il suo banco di prova. A quel punto, Gesù non ci pensa due volte: non si tiene niente solo per sé: nemmeno la madre, nemmeno il discepolo. Al centro di quella stanza, che rimarrà, fino a Pentecoste, palestra di fraternità e soglia di separazione, inizia lentamente a immaginare ciò che gli resta da dare. Specie quando si troverà lassù; non più in cima ad un monte di beatitudine o ad un Tabor di trasfigurazione, ma sulla schiena di un legno ruvido e sulle travi di una croce implacabile! Sì, cosa resta da rendere all’amore, quando le mani ti vengono bloccate dai chiodi e le gambe non ce la fanno più a reggerti? O quando il suono della voce ti si spegne in gola e il grembo, che custodiva i piccoli, ti viene trafitto? Quasi più nulla o forse tutto! Perché nulla è perduto. Ecco cosa si è messo in mente: regalerà ad ogni discepolo su questa terra, a me e a te, il suo stesso Spirito. La sensibilità inviolabile e la presenza più reale di quel medesimo corpo che è il suo! Questo nessuno glielo potrebbe strappare. Lui solo te lo potrà consegnare! Capisci: è il suo spirito di affidamento e di fedeltà, di gioia vera e di creativa bellezza, di fierezza nella lotta interiore e di serenità nella resa necessaria! Le parole come luci iniziano a brillare: «Verremo a te, io e il Padre, e prenderemo dimora presso di te». In fondo, il meglio che la folla avrebbe dovuto desiderare nei gesti del Signore, al pozzo o sulle rive del lago: una vita da niente o di poco conto, come la mia, da lui preferita per diventare casa e dimora, anzi cenacolo dell’amore trinitario. In una parola soltanto: lo Spirito santo, con i suoi tratti consistenti e inconfondibili, capaci di tornire le rocce, di modellare i fondali, e nondimeno di sciogliere i nodi più stretti e gli animi più duri! E’ questa la grazia: non un favore di Dio, ma l’amore di Dio che si accasa e non si stacca più da te! Contemplando ora il Crocifisso risorto, non posso però non scorgervi il volto scavato di molti altri amici, ugualmente costretti dietro le sbarre di un letto oppure incapaci, seppur sapienti, di dare risposte agli affetti più cari. Amici immensi e preziosi, che imitando Gesù nel cenacolo, si sono dati via totalmente: restando ugualmente vivi, fra la coltre del soffrire, nello spirito del loro dono! È bastata loro una stretta di mano, un battito di ciglia, un filo di voce, per regalarci, come Gesù in croce, lo spirito del loro attaccamento alle cose che contano! Di qui il mio e il loro augurio, dentro un paese che, grazie a Dio, non ci ha mai privato delle libertà essenziali. Quando anche tu potrai rientrare nel suo cenacolo e nella tua chiesa, fra pochi giorni, pronto a rivivere il sacramento della sua presenza, non dimenticare quanto quel gesto gli è costato. E non scordarti, nemmeno, quando sarai giunto all’altare, di quest’altra folla, composta da sorelle e da fratelli che il Signore lo hanno seguito per davvero da vicino: avendo dato la loro vita affinché il mondo riconquistasse la forma di una casa: di una dimora e di una creazione divina. Solo così: solo se saremo disposti a ricordare e a trattare ogni cosa con ‘maggior spirito’, sono convinto, ce la potremo fare.

Con affetto, tuo Dario


× Attenzione! Testo dell'errore